Di Marco Ceretto Castigliano

Silvia Romano, 25 anni.

La Liberazione

Ieri è tornata in Italia Silvia Romano.

Una ragazza, una donna, di 25 anni scomparsa dai radar 18
mesi fa in Kenya dove si trovava per svolgere attività umanitarie al fianco di
alcune delle popolazioni più povere della Terra.

Una situazione che l’opinione pubblica ha seguito con apprensione
e con le solite, probabilmente inevitabili, polemiche politiche cui siamo
tristemente abituati in Italia.

E’ tornata in Italia grazie ad un lungo lavoro diplomatico e
di Intelligence condotto dall’AISE (Agenzia di Informazioni e Sicurezza
Esterna) in collaborazione stretta con il servizio segreto Turco e le autorità Somale.

Sì, perché da quello che inizia ad emergere sulla difficile
vicenda di Silvia Romano, la ragazza è stata rapita in Kenya da una banda di “criminali
comuni” per essere poi scambiata e lasciata nelle mani di una cellula terroristica
facente capo ad Al-Shabaab e trasportata quindi in Somalia.

Al suo arrivo all’aeroporto di Ciampino, il successo di un’operazione
così ben riuscita (ricordiamo che l’AISE ha all’attivo già 4 liberazioni di
prigionieri italiani nell’ultimo anno), ha subito lasciato il posto alle
immediate e scontate polemiche “all’italiana” perché Silvia Romano ha
dichiarato di essersi convertita all’Islam.

Tralasciando qui tutte le possibili dinamiche psicologiche
che potrebbero aver portato Silvia a questa decisione e ricordando che quelle
restano scelte assolutamente personali e di cui quindi non abbiamo alcun
interesse né legittimità  a parlarne, è
interessante invece interessante notare come questi dettagli assolutamente
privati, questi giudizi da gogna mediatica cui l’opinione pubblica sta sottoponendo
la Romano, stiano invece distogliendo molti dal comprendere, osservare e studiare
il complesso scacchiere politico in cui la vicenda di questa donna e della sua liberazione
si sono svolte.

La presenza Turca in Somalia

A quanto pare nella liberazione di Silvia Romano è stato fondamentale l’aiuto dei servizi segreti turchi, ma cosa fa la Turchia in Somalia? E come mai ha un potere di azione e condizionamento così grande?

DP World, logo.

Dall’inizio degli anni 2000 la presenza turca in Africa è
andata crescendo, grazie ad investimenti, supporto militare e forum sociali
sulla scia dei summit di sviluppo organizzati dalla Cina, il paese forse più
presente e influente nel continente Africano.

Dal 2011, ma forse anche da qualche tempo prima, la Turchia
è presente in Somalia, finanzia infrastrutture importanti e dà un forte
supporto al governo centrale in anni in cui le tensioni interne sono molte
anche e soprattutto legate alla richiesta di indipendenza da parte del
Somaliland.

Il Somaliland è nato nel 1888 come protettorato Britannico,
è la parte nord-est della Somalia e la sua capitale Berbera ha una posizione
strategica affacciando sul Golfo di Aden, in un nodo cruciale per le rotte
commerciali provenienti dal Canale di Suez. Nel 1960 il Somaliland si unì alla
Somalia Italiana, da cui si separò nel 1991. Dal 2003 stampa passaporti, ha una
propria valuta e ha istituito un parlamento autonomo, nonostante il Governo
centrale Somalo non abbia ancora riconosciuto la sua indipendenza.

Nonostante il Somaliland non sia riconosciuto da nessun
paese dello scacchiere internazionale, ha  comunque ricevuto  e continua a ricevere aiuti diplomatici, ma
soprattutto economici da molti paesi occidentali, tra cui in primis la Gran
Bretagna.

La compagnia DP World, società con sede a Dubai che ricopre
un ruolo importante nelle dinamiche della supply chain globale ha investito 440
milioni di dollari nell’espansione del porto di Berbera e l’azienda anglo-turca
Genel Energy, già impegnata di recente in Kurdistan e con sede a Londra ha
iniziato da tempo operazioni di esplorazione nella zona. Se da un lato quindi
la Turchia aiuta il governo centrale nella gestione della crisi con il
Somaliland, dall’altro tramite una delle sue più importanti aziende
energetiche, collabora all’espansione del porto strategico di Berbera.

In Somaliland giungono poi finanziamenti (di cui per ora non
sono chiari gli intenti) anche dall’Abkhazia, un altro piccolo stato al confine
con la Georgia, riconosciuto solo da Russia,Venezuela, Siria e Nicaragua.

Anche l’Etiopia, che trae notevoli e fondamentali vantaggi
dal commercio transitante per il canale di Suez e per lo stretto di Bab El
Mandeb, ma che non possiede uno sbocco sul mare, sta investendo molto nell’implementazione
del porto di Berbera.

Intanto nel 2014 la Turchia si è assicurata la gestione del
porto principale di Mogadiscio e nel 2017 ha aperto una caserma di
addestramento di soldati Somali per la lotta proprio ad Al Shabaab, la caserma
Turca più grande al di fuori dei confini nazionali.

Il 20 gennaio del 2020 il presidente turco Erdogan ha
annunciato di aver ricevuto dalla Somalia la richiesta ufficiale di ricercare
petrolio nei mari somali, assicurandosi così un notevole vantaggio nella futura
estrazione e lavorazione del greggio somalo.

La politica economica e militare portata avanti dalla Turchia
in Somalia e in generale nel Corno d’Africa non differisce molto da quella che
lo stesso Erdogan sta portando avanti in Libia, nel Kurdistan o con le pretese
sui giacimenti di idrocarburi Ciprioti.

Naturalmente la forte presenza economica e militare della
Turchia in Somalia sta mettendo in difficoltà la storica presenza italiana sul
territorio, che comunque rimane, ma sicuramente ridimensionata e reinserita in
queste nuove e forti dinamiche geo-politiche, dinamiche con cui sicuramente i
nostri funzionari dovranno aver avuto a che fare nel dipanare la difficile
vicenda della Romano.

Forse se buona parte dell’opinione pubblica e dell’informazione
si focalizzasse nell’analizzare le dinamiche economiche e politiche di quest’area,
nel comprenderle meglio, nel “chercer l’argent” di giornalistica memoria,
invece di accanirsi contro le scelte private di una donna che ha vissuto momenti
difficili, si potrebbe inserire la triste vicenda di Silvia Romano e soprattutto
della sua felice liberazione, in un quadro più grande da cui potremmo imparare
a vedere in modo più accurato e obiettivo, quello che succede in alcune aree
del pianeta e trarne così delle valutazioni politiche e sociali di un interesse
più alto per tutti noi rispetto alle frivole e strumentali polemiche da salotto
cui siamo abituati.

Questo articolo è stato redatto facendo riferimento fra
le altre fonti a due articoli molto interessanti e chiari:

https://www.startmag.it/mondo/cosa-accade-tra-turchia-e-somalia/ di Raffaele Perfetto

https://it.insideover.com/politica/adesso-la-turchia-si-prende-anche-la-somalia.html di Mauro Indelicato