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di Mathieu Porcellana 

Quando ho iniziato a lavorare nell’accoglienza, non potevo immaginare quanto l’esperienza mi avrebbe toccato dentro. Lo consideravo, inizialmente, un modo come un altro per lavorare nel sociale. 

Del resto, conosciamo talmente poco dell’Africa che potremmo tranquillamente prendere per veri tutti gli stereotipi che vengono detti sui migranti che arrivano in Europa. Da “scappano dalla guerra” a “ci rubano il lavoro” si creano tanti sottogruppi di pregiudizi, a volte pronunciati in modo rabbioso e altre volte con l’affetto fasullo che si concede a chi è meno fortunato.

A prescindere da quale dei due filoni si segua, quale corrente di pensiero si sposi, c’è sempre un tratto in comune: il migrante è l’altro. Non è come noi. Perché è povero, scappa da guerre, fantomatiche o meno, è diverso. Riconosciamo una diversità rispetto alla nostra cultura europea (implicitamente considerata tra noi privilegiati la migliore) ma allo stesso tempo li annichiliamo privandoli di una loro identità specifica nazionale, inserendoli a forza nel grande insieme dei migranti africani.

Così creiamo le strutture non solo fisiche, ma anche concettuali in cui confiniamo queste persone e ci compiacciamo della nostra magnanimità che accoglie (quando le pare) torme di “diversi” che giustamente bussano alle porte europee perché anticamera di un mondo migliore e più ricco (anche grazie alle razzie compiute per secoli nei territori colonizzati dall’Europa… Ma questo ci dimentichiamo sempre di dirlo).

Ma chi sono questi altri? E soprattutto, cos’hanno di diverso? Apparentemente tutto, vengono da un mondo differente dal nostro. Con usi e costumi diversi dai nostri. Ma è così per davvero?

 

La prima cosa che mi ha colpito il primo giorno di lavoro è stata la pausa pranzo. I ragazzi avevano preparato un pentolone di riso annegato nel sugo con sopra una coscia di pollo fritto. Ahimè, la cooperativa non aveva preso posate per tutti e quaranta gli ospiti. Venti cucchiai per quaranta ospiti… Già su questo potremmo soffermarci a pensare poiché trovo sia (benché piccolo) un segnale emblematico  di come funziona l’accoglienza. Ma i ragazzi non si sono lasciati scoraggiare. I venti fortunati armati di posata hanno cominciato a mangiare il contenuto del piatto, come mamma Europa vorrebbe. I restanti venti si sono radunati in gruppetti e mettendo al centro i loro piatti hanno cominciato a mangiare con le mani.

I miei colleghi e io osservavamo quella scena, chi ammirato dall’eleganza dei gesti, la mano a cucchiaio che incurante del calore prendeva una manciata di riso condito, appallottolandola e portandola con grazia alla bocca. Noi con i nostri tranci di pizza in mano, tra un morso e l’altro ci guardavamo perplessi.

– Ma come si fa a mangiare con le mani? – Ci chiedevamo avventandoci sui nostri tranci.

La diversità culturale non si emerge solo nelle abitudini culinarie. Sulle quali ci sarebbe moltissimo da dire e da ridere. Parlando di cibo B., ragazzo venticinquenne senegalese, studente di filosofia, scappato da Dakhar perché qualcuno più ricco e potente di lui voleva ucciderlo, mi guarda con disgusto dopo che gli ho decantato le bontà della carne di cavallo. Poveraccio, credeva di essere approdato in un paese civile.

Ovviamente la grande Europa deve fare i conti non solo con questo, ma anche con altri tipi di diversità, fra cui quella religiosa, che porta spesso a pregiudizi.

Un esempio: “Gli africani sono tutti musulmani e ovviamente tutti i musulmani sono terroristi”. Il fatto che fra questi ci siano gruppi cristiani, anche numericamente consistenti, all’Europa non interessa, per cui anche loro devono stringersi e condividere insieme ai musulmani il medesimo luogo comune.

Se guardiamo i musulmani africani (nel mio caso specifico erano tutti provenienti dal Senegal, in particolare dalla regione di Casamance) non possiamo non soffermarci sui loro monili. In particolare ad attirare la mia attenzione sono stati i grossi anelli d’argento che loro portano con orgoglio. L’anello in questione è cavo e al suo interno vi è riposto un amuleto chiamato grisgris che a seconda del contenuto porta benedizioni e fortuna al proprietario. Che cosa sciocca! Noi che lucidamente affrontiamo il mondo con la razionalità figlia dell’illuminismo e screditiamo ogni tipo di superstizione. Salvo poi toccarci compulsivamente i genitali alla vista di un carro funebre, o aspettare che qualche malcapitato ci preceda raccogliendo la sfiga lasciata dal passaggio di un gatto nero. Ah mi raccomando, mai aprire un ombrello al chiuso, non si sa mai.

Pensando alle differenze culturali, forse è il caso di soffermarci sulla nostra cultura e sulla sua origine. Per questo vorrei concludere citando uno degli eroi più noti della cultura classica madre di quella europea, dalla quale dovremmo forse prendere spunto, ovvero Ulisse che approdando in terre sconosciute si domanda:

“Ahimè, di quali mortali sono di nuovo giunto alla terra?

Sono forse tracotanti e selvaggi ed ingiusti,

oppure sono ospitali e l’animo loro è rispettoso degli Dei?”

(Odissea VI, 119-121)