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di Fernanda Torre 

Dopo l’incendio del 10 settembre nel campo di Moria, ci sono state poche novità ma soprattutto poche soluzioni. 

L’isola di Lesbo: simbolo delle più terrificanti catastrofi umanitarie della nostra epoca, in cui a pagarne le conseguenze più forti sono i più piccoli non è cambiata.

I numeri di Lesbo ci ricordano i numeri di Idomeni. Le uniche due grandi differenze sono: Lesbo è un’isola, Idomeni si trovava sulla terraferma. Lesbo confina con le acque del Mediterraneo, Idomeni era l’inizio del percorso lungo la rotta balcanica, la porta dell’Europa.

A Idomeni il fango mischiato ai residui organici arrivava nelle tende da campeggio. A Lesbo il sistema fognario è talmente congestionato che i liquami raggiungono i materassi dove dormono i bambini.

Sono 2’800 i bambini presenti nel campo sull’isola, la maggior parte ha meno di 14 anni. Molti a Lesbo sono nati, vivono nel fango, tra le tende e i container, in condizioni sanitarie drammatiche.

Stanno crescendo imparando a sopravvivere nella paura, nella solitudine e nell’abbandono.

Già nel 2018 era stato lanciato l’allarme suicidi nell’isola, bambini che per la disperazione, per le ferite fisiche e psicologiche arrivano ad uccidersi o farsi del male.

Una condizione disumana che non riguarda solo Lesbo ma le tante isole greche, diventate prigioni a cielo aperto.

“Attualmente 8.216 uomini, donne e bambini vivono a Lesbo, 3.189 a Samos.”

Sono persone fuggite da guerre e violenze che si sono trovate di fronte ad una guerra politica e territoriale. Una guerra contro la dignità umana che si scontra con la resilienza di chi fugge per cercare sicurezza. 

In Europa, un continente teoricamente sicuro, si è volutamente scelto di trasformare alcuni territori come luoghi di controllo e prigione, volgendo lo sguardo oltre quei diritti troppo spesso dimenticati.

La Grecia è dunque stata lasciata sola a gestire una pericolosa situazione, strozzata da equilibri politici e da un contrasto urbano e territoriale non di poca importanza.

Sono infatti gli stessi rappresentanti dell’Unione Europea che in Grecia dal 2015 hanno costruito un confine per migranti e rifugiati indesiderati.

I tanti appelli e richieste di intervento non sono servite per smuovere una drastica presa di responsabilità. 

La stessa comunità internazionale ha deciso di costruire nuove tende, nuovi spazi e nuovi campi necessari a limitare le problematiche di sopravvivenza, senza però garantire alcun intervento reale e strutturale per risolvere il problema. 

Dopo il 10 settembre si è continuato a creare zone in cui confinare migranti che fuggivano da una condizione di povertà assoluta, relegandoli a patire la stessa situazione, privandoli della libertà e del diritto a vivere con dignità.

Lesbo andrebbe evacuata, ma questa è utopia.

A Lesbo e nell’intera Grecia andrebbero create prospettive di emancipazione dalla condizione di profugo indesiderato attraverso azioni a lungo termine, ma anche questa è utopia.

Ciò che non è utopia è la nostra responsabilità civile come individui e come collettività, perché nel 2021 è intollerabile pensare che chi sopravvive all’inferno finisca col viverci ancora e ancora. 

Idomeni era nel 2015-2016.

Lesbo è ora.