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di Alba Mercolella 

Oggi è la Giornata mondiale della libertà di stampa. Quindi è il giorno giusto per  mettere in luce gli elementi di novità ed i processi mediali e comunicativi legati allo scoppio delle “Primavere Arabe” che, dieci anni fa, hanno segnato un punto di non ritorno.

“Primavere arabe”: una denominazione evocativa e disattesa attribuita dai media occidentali

Il termine “Primavere arabe” è stato attribuito dai media occidentali alle proteste e alle agitazioni, da molti non previste, verso i regimi dispotici e dittatoriali della zona del Maghreb e del Mashrek. Una formula che sintetizza un fenomeno complesso e diversificato, che comprende la transizione democratica della Tunisia, quasi “pacifica” se paragonata al drammatico teatro di guerra della Siria.

In molti, all’epoca, erano convinti che il cammino sarebbe stato in discesa.

Un atteggiamento figlio dell’ottimismo che ha caratterizzato a lungo il mondo post-1989, una retorica denominata l’“ordine delle democrazie”, figlia della Dottrina Bush Jr, per cui i regimi democratici non potevano che aumentare e la democrazia è l’ingrediente chiave per pacificare la politica mondiale. L’unico mondo in cui i giochi della politica internazionale possono venir rispettati, insomma, è un mondo di soli Paesi democratici (Caffarena, 2011).

Ingenuità? Scarsa cautela? Entrambe.

Quegli avvenimenti sono stati inseriti nella cornice di senso della quarta ondata di democratizzazione: i media hanno recepito questa cornice, proponendo una narrazione che rispondesse ai bisogni di lettori avidi di rassicurazioni in tempi di incertezza. Narrazione che, nel giro di poco tempo, è stata disattesa e che – a posteriori – può essere considerata sospetta: si cerca di orientare gli eventi, senza dar loro significato. Questo atteggiamento dei media è da ricollegarsi a due fatti, anticipati sopra: “la ricerca di rassicurazione circa il fatto che le rivolte in atto porteranno a un incremento dei paesi democratici” (Caffarena, 2011, p.7) e il vedere “la stessa democrazia diviene poi l’ingrediente unico e imprescindibile di una politica mondiale pacifica attraverso la retorica dell’«ordine delle democrazie»” (Caffarena, 2011, p. 8).

Curiosità: il primissimo utilizzo dell’espressione “Arab Spring” è stato attribuito a Marc Lynch, politologo statunitense. Il riferimento era duplice: la “Primavera dei popoli” del 1848 e la “Primavera di Praga” del 1968.

Primavere arabe parole parole parole

Il legame tra le strategie mediatiche e i mutamenti politici

A livello mediatico, in quegli anni, si assisteva in modo plateale ad un fenomeno nuovo per quei tempi, ma a cui oggi ci siamo tanto abituati da non notarlo: l’appropriazione, da parte degli utilizzatori, dei nuovi media e dei social network, in particolare di Facebook e Twitter (Ben Lagha, El Oifi & Ghalioun, 2017). Prima dei social network, però, c’erano i blog: è solo a partire dal 17 dicembre 2010 (il giorno in cui il venditore ambulante tunisino Mohammed Bouazizi si diede fuoco in segno di protesta) che il centro di gravità del contropotere e della controinformazione si colloca all’interno dei social network, Facebook in particolare. Sorgevano questioni nuove riguardo il legame tra i media tradizionali (stampa, radio, televisione) e i nuovi media ed i loro effetti sulle audience e sui processi politici (Ben Lagha, El Oifi & Ghalioun, 2017).

I media tradizionali: l’“effetto CNN” e l’“effetto al-Jazeera”

Una delle novità è legata all’“effetto CNN”, manifestatosi negli anni ’90 nel teatro della guerra in Bosnia-Erzegovina, quando i corpi dilaniati delle stragi del mercato di Markale (nel centro storico di Sarajevo) fecero il giro del mondo. Questo fatto, unitamente al massacro di Srebrenica, riuscì a mobilitare l’opinione pubblica internazionale portando una maggiore decisione delle attività diplomatiche e all’intervento NATO (De Angelis, 2007).

Questo effetto rende evidente l’incrinarsi del rapporto tra media e Governo.

Rapporto in cui i media hanno la meglio, dimostrando la capacità dei primi di diffondere le notizie in diretta e di influenzare l’opinione pubblica, per quanto questo effetto si manifesti molto di rado (Ben Lagha, El Oifi & Ghalioun, 2017).

Nel contesto delle “Primavere Arabe”, si manifesta un altro effetto: il cosiddetto “effetto al-Jazeera”. In quel momento, il canale satellitare ha un’influenza non da poco sul mondo arabo a causa dell’assenza di pluralismo mediatico e di istanze politiche sull’innescarsi delle “Primavere Arabe”. Ed ecco come questo effetto si manifesta attraverso la capacità sia di plasmare e imporre nuove regole al giornalismo, ma soprattutto nella formazione delle opinioni pubbliche nel mondo arabo, erodendo la capacità di censura dei Paesi arabi anche grazie al suo carattere internazionale (Ben Lagha, El Oifi & Ghalioun, 2017). 

Primavere Arabe social network

I nuovi media tra l’uso di massa e l’uso dell’élite

Sono due gli elementi che hanno avuto un ruolo nell’accelerare gli avvenimenti delle “Primavere Arabe”. Il primo elemento è rappresentato dai telefoni cellulari, utilizzati per coordinare le attività, testimoniare e divulgare gli avvenimenti (Eriksen, 2017). Il secondo è, invece, rappresentato dai social network.

Quasi ovunque, Facebook è stato utilizzato per organizzare le manifestazioni.

Certamente, all’epoca il grado di accesso ai social network (in quella zona del mondo) rendeva il loro utilizzo un fenomeno di nicchia. Nonostante questo, con lo scoppio delle “Primavere Arabe” si è verificato un incremento delle iscrizioni. Del resto, come affermava il sociologo e teorico della comunicazione Marshall McLuhan, è una prerogativa umana combattere le guerre con i mezzi più avanzati, anche attingendo dal campo della tecnologia dell’informazione. Similmente, Armand Mattelart ha affermato come le turbolenze geopolitiche contribuiscano ad istituzionalizzare le reti (Miconi, 2013).

Diverso il discorso su Twitter. Secondo una ricerca basata su un campione di 168mila tweet apparsi in Tunisia e 230mila apparsi in Egitto nel gennaio del 2011, emerge che anche se la partecipazione alle catene informative include utenti comuni, queste sono ritwittate maggiormente da fonti accreditate (giornalisti, organizzazioni). In soldoni? Questo risultato contraddice la tesi diffusa per cui le masse giovanili avrebbero avuto un ruolo preponderante nell’esplosione delle proteste. Può essere plausibile che la sfera pubblica si sia scaldata dal basso, ma è anche vero che la “cyber-cascade” è stata generata da pochi opinion leader (Miconi, 2013).

Per fare un esempio concreto, si può pensare al caso siriano.

All’epoca nel Paese non era presente un tessuto di competenze tecniche e culturali sufficienti, sia a causa del controllo governativo sui media, sia a causa della lentezza dell’arrivo del web che per l’esclusione dei social network. Con queste basi, è mancata una preparazione necessaria ad arginare i rischi del web e con l’arrivo del disordine politico c’è stata una seria difficoltà a districarsi tra notizie false, portando ad un distacco tra la piazza fisica e virtuale, con una forte polarizzazione delle opinioni (Miconi, 2013).

C’è anche un’altra teoria, più oscura, per cui a monte delle “Primavere Arabe” in Maghreb e in Medio Oriente ci sarebbe stata una campagna di cyberattivismo operata da una serie di ONG specializzate in processi di democratizzazione. Tale rete, secondo questa teoria, si sarebbe intromessa negli affari locali, formando attivisti in loco circa le tecniche di dissidenza digitale per riuscire a mobilitare i concittadini contro i regimi repressivi. In seguito, una volta che tali attori sarebbero diventati autonomi, l’impressione risultante sarebbe quella di una democratizzazione “naturale” (Ben Lagha, El Oifi & Ghalioun, 2017).

E poi?

Si è visto come le TV satellitari panarabe e l’esplosione dei social network abbiano avuto un ruolo nel rovesciare i regimi autocratici e dittatoriali del Nord Africa e del Medio Oriente, sebbene con risultati eterogenei. A livello generale, sia la demografia che l’utilizzo dei social media nel mondo arabo è mutato: gli utenti non appartengono più soltanto alle élite e tra loro discutono perlopiù di temi che riguardano la quotidianità.

Oggi uno dei Paesi coinvolti nelle “Primavere Arabe” a cui si guarda con maggiore preoccupazione è la Libia.

Nel Paese, oggi i social network hanno un ruolo importante. Con il rovesciamento del regime di Gheddafi, sempre più persone si iscrivono a Facebook. Anzi, col tempo, l’adesione ha superato le aspettative. Qui, le diverse fazioni hanno cercato di attirare il maggior numero di utenti dalla propria parte attraverso la disinformazione, l’organizzazione di gruppi e la guerra mediatica. Il passo successivo è il vero e proprio reclutamento sul campo.

Dieci anni dopo, sulla sfera dei diritti delle popolazioni di quelle zone del mondo poco è cambiato e l’instabilità regna sovrana. In tutto questo tempo abbiamo visto (per citare qualche esempio) i milioni di profughi e sfollati in Siria, i campi di detenzione in Libia, l’autoritarismo dilagante in Egitto. Ma anche dopo la Rivoluzione Francese l’ancien régime era riuscito a restaurare il suo ordine, smontato poi col tempo. Tanto tempo.

Nulla è scontato e nulla è definito per sempre. Perciò, si può solo continuare a guardare con attenzione l’evoluzione degli eventi e come essa avverrà. 

Fonti

Ben Lagha, Z., El Oifi, M., & Ghalioun, B. (2017). Révolutions et transitio ns politiques dans le monde arabe. Parigi, Francia: Édition Karthala.

Caffarena, A. (2011). «Primavera araba» e transizioni democratiche. Considerazioni attorno all’immagine della «quarta ondata». Biblioteca della libertà, (201), 1–9.

De Angelis, E. (2007). Guerra e mass media. Roma: Carocci.

Eriksen, T. H. (2017). Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato. Torino: Giulio Einaudi editore.

Miconi, A. (2013). La primavera araba, i social network, la scienza dei media. Alcune riflessioni teoriche. Comunicazione politica, (2), 185–198. https://doi.org/10.3270/74129