Pieni poteri in Slovenia

 Dopo l’Ungheria, anche in Slovenia l’emergenza coronavirus ha determinato il conferimento di poteri speciali al premier Janez Janša.

Una delle prime azioni governativa è stata quella di istituire una nuova unità di crisi togliendo così alla sanità la gestione dell’emergenza, anche se la Costituzione slovena non prevede nulla di tutto ciò.

In più, il portavoce del governo Jelko Kacinin in relazione al confine meridionale ha annunciato che il governo non intende rinunciare alle competenze date all’esercito per gestire il flusso migratorio sul confine con la Croazia, nonostante l’assemblea nazionale non abbia raggiunto i voti necessari.

Indubbiamente ciò che preoccupata è una mancanza di garanzie su scopo e durata dei poteri speciali. La paura è che questi poteri possano andare oltre alla semplice gestione dell’emergenza. Accedere alle informazioni diventa sempre più difficile: in un’atmosfera dove molti giornalisti divengono oggetto di intimidazioni e minacce dai media sotto il controllo del governo, le opposizioni chiedono garanzie.

Non possiamo accettare che situazioni d’emergenza possano essere una giustificazione nel permettere che una sola persona abbia il diritto di sciogliere di governare per decreto a tempo indeterminato.

Se in Ungheria una delle prime mosse del Premier è stato rendere illegale il cambio di sesso, provvedimento assolutamente scollegato all’emergenza sanitaria, dall’altro lato in Slovenia il governo sta prendendo sempre più potere. Vi è in progetto di estendere i poteri della polizia, in modo tale da consentire agli agenti di pedinare i cittadini che si presume siano contagiosi, intercettandone anche le telefonate e perquisendone gli appartamenti senza bisogno di ordine del tribunale.

Assolutamente inammissibile è l’assenza di una presa di posizione forte da parte dell’Unione Europea, dato che uno dei motivi che portò alla sua nascita fu proprio la volontà di contrastare la nascita di regimi dittatoriali all’interno dello spazio europeo.

Le costituzioni nate dopo la Seconda guerra mondiale puntavano proprio ad evitare il ripetersi di fuoriuscite dalla democrazia in caso di emergenza.