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di Federica Zanantonio Martin  

In questo dossier tematico, proveremo ad analizzare la natura della relazionalità esistente tra il nuovo precariato urbano e la città e gli spazi urbani sotto il punto di vista del “diritto alla città”.

Proveremo ad approfondire tale riflessione concentrandoci non solo sulla definizione concettuale di tale diritto, ma provando anche a declinarlo in chiave torinese. Tenteremo, e questo nei prossimi focus, di fotografare la realtà del nuovo precariato urbano che in una città come Torino è largamente presente, anche se sembra invisibile agli occhi dei più.

 

Nel primo focus, ci occuperemo di ritornare alle origini di tale concetto provando a interrogarci circa la natura emancipatrice di questo approccio radicale formulato da Henri Lefebvre nel 1967 e la sua evoluzione odierna.

Parco Peccei, Torino (Ph.: Federica Zanantonio Martin)

In foto Parco Peccei, nel quartiere di Barriera di Milano a Torino. Ph.: Federica Zanantonio Martin

Se dovessimo provare a definire in breve e in maniera semplice la natura di questo “diritto alla città” potremmo definirlo sia come il diritto di godere della città e dei suoi vari servizi, delle sue interscambiabilità, che come diritto di appartenere alla città, di avere un posto al suo interno, partecipare alla sua pianificazione, alla sua gestione. Ancora, di poter presentare istanze decisionali, proposte e di essere rappresentati.¹ 

Diritto alla città come diritto ad abitare

Tale concetto è stato pensato e elaborato da Henri Lefebvre nel 1967, in un momento chiave della trasformazione della società francese. L’anno successivo, in Francia, classi operaie e lavoratrici, giovani, donne, i lavoratori delle ex colonie si lanciano quasi simultaneamente in movimenti di protesta, in manifestazioni e varie azioni di resistenza. È il maggio ’68 che esprime sia una domanda antiautoritaria di cambiamento che la soppressione dell’ordine stabilito.

 

«È vietato vietare» è lo slogan di questa rivoluzione sociale che esprime pienamente lo spirito di queste richieste².

 

In questo contesto sociale in pieno mutamento, il diritto alla città diventa una sorta di presentimento di questi eventi e un pre-diagnostico della trasformazione maggiore della società e della città.

 

Fino ad allora vista come il semplice teatro di questi sussulti, la città è, nella lettura che propone Henri Lefebvre, parte di questi problemi che esacerbati e culminati nelle rivendicazioni del Maggio ’68, possono essere definiti problemi urbani.

 

Secondo Lefebvre, la città è centrale in quanto non solo rappresenta uno spazio materiale ma bensì uno spazio sociale e politico, in cui si inseriscono le lotte sociali di classe tra dominati e dominanti. La città viene dunque considerata come un soggetto che “partecipa alla produzione e alla riproduzione della vita urbana”³.

 

Formulando la rivendicazione di un diritto all’emancipazione urbana, Lefebvre pone le basi per un nuovo pensiero urbano, intrinsecamente politico.

 

L’originalità del suo approccio non risiede solo in un percorso fatto di impegno ma anche nel legame che intreccia tra filosofia e città.

 

Il diritto alla città è dunque un diritto ad abitare, all’appropriazione e alla libertà – che definisce un diritto all’individualizzazione nella socializzazione. Ma è anche un diritto all’opera che, a suo parere, «non può concepirsi come un semplice diritto di visita o di ritorno verso le città tradizionali ma può essere formulato solo come diritto alla vita urbana, trasformata, rinnovata»⁴.

 

Lefebvre mette in relazione il luogo urbano e il cosmo e offre un contesto alla vita politica. Si può così comprendere l’idea del diritto alla città come il diritto, per l’abitante, a diventare un cittadino, cioè a svolgere un ruolo nella città per intervenire nella sua produzione.

 

Il diritto alla città inclusiva

Tutto l’interesse del concetto di diritto alla città, così come è stato sviluppato da Henri Lefebvre, tiene non soltanto alla sua capacità di tradurre l’intensità della frattura sociale del momento storico in cui questo concetto è stato pensato, ma anche alla sua capacità di pensare la città proprio in astrazione dei contesti puntuali e localizzati.

 

Sono passati 54 anni dalla sua formulazione ma le realtà che hanno alimentato la visione dell’autore sono in costante evoluzione in mondi contemporanei dove il precariato urbano ha sostituito la classe operaia, attenzionata speciale nelle analisi di Lefebvre.

Si tratta molto spesso di un precariato composto da quelle e da quelli che le politiche neoliberali a livello mondiale mettono in posizioni fragili, mobili, precarie e dominate.

 

Il diritto alla città diventa così una domanda senza fine riformulata al diritto alla vita urbana che si apre a tutti cittadini e cittadine, compresi gli immigrati e gli irregolari. È un concetto che si presta a letture intersezionali che collocano il ruolo del genere e della razza, oltre alla classe sociale, nella comprensione della posizione di questo precariato, sia nativo o immigrante.

 

Oggi, la città da combattere non è più quella industriale di Lefebvre ma quella neoliberale, alla quale è necessario opporsi proponendo una città inclusiva, interrazziale e cosmopolita, in cui l’azione degli abitanti dev’essere considerata come componente essenziale per la produzione spaziale urbana.

 

“La trasformazione della società presuppone il possesso e la gestione collettiva dello spazio mediante l’intervento perpetuo degli «interessati», con i loro molteplici diversi e talvolta contraddittori. Quindi è il confronto. Si tratterebbe quindi, all’orizzonte, al limite delle possibilità, di produrre lo spazio della specie umana, come opera collettiva generica di questa specie, di creare (produrre) lo spazio planetario come supporto sociale di una vita quotidiana metamorfosa”⁶.

 

Immagine in evidenza: tratta da Vito, “Ville nomades”, Section Paysages périphériques, p. 29. 

¹ Lefebvre, Henri (1967) Le droit à la ville. L’Homme et la société, n. 6, p. 29-35.

² Bertaux, Daniel, et al. “Mai 1968 Et La Formation De Générations Politiques En France.” Le Mouvement Social, no. 143, 1988, pp. 75–89. 

³ Harvey, David (2015) Villes rebelles. Du droit à la ville à la révolution urbaine. Paris, Éditions Buchet, p. 20.

⁴ Lefebvre, Henri. 1968. Le Droit à la ville, Paris : Anthropos, p. 35.

⁵ Harvey, David (2015) Villes rebelles. Du droit à la ville à la révolution urbaine. Paris, Éditions Buchet, p. 23.

⁶ Lefebvre, Henri, (1974) La Production de l’espace, Paris : Anthropos, pp. 484-485.